testo tratto da
SILVANA GHIGINO, La realtà dell'illusione. Tteoria e pratica nella decorazione architettonica dipinta, Hoepli, 02/2006

Nel 1996 avevo registrato una conversazione con Giacomo Parodi, nell'intento di non dimenticare nomi e luoghi dei suoi ricordi di "bambino decoratore", e l'ho trascritta qui cercando di riportare il più fedelmente possibile la parlata di Gin; infatti avendo trascorso tutta la vita in un ambito famigliare e di quartiere dove si parla in dialetto, quando Gin Parodi parla con confidenza usa il genovese.

Ho  conosciuto  Giacomo  Parodi  nel   1987  quando, avendo da  commissionare  personalmente  un  lavoro di  decorazione,  mi  sono  rivolta  al  pittore indicatomi come migliore.
Conoscerlo è stata una  delle esperienze più  significative della  mia  vita,  certamente una  tra  le  più  formative ed educative.
Gin  Parodi  è   un   personaggio  singolare,  per  molti aspetti  eccezionale.  Dotato  di  una  natura  artistica viva e spontanea si fa  notare per la  sua  innata semplicità e  spontaneità.
Conoscerlo,  diventarne  l'allieva,  entrare  nel  mondo della  decorazione  e  restarne  incantata  è  stato  un tutt'uno.
In  quest'uomo che  tra  pochi  mesi  compirà  ottantadue anni, io ho trovato un  maestro sincero, un  grande  amico  e  un  infinito esempio di  continua  vitalità.
Conoscendolo e  standogli  accanto  ho  capito che  la giovinezza di  un essere umano non dipende dalla sua età anagrafica ma  che, viceversa.  lo stato fisico trova  grande giovamento  dalla vitalità dello spirito.
Gin  Parodi  mi  ha  insegnato a  stare sui  ponteggi,  a usare i pennelli, a capire i colori, ad amare i muri, a scoprire che molto di ciò che volevo imparare era già dentro di  me.  Con lui ho imparato a sentirmi a mio agio con tutti gli operatori che incontro in  cantiere e a  ricordarmi  che  un  architetto  prima  di  esprimersi deve imparare a  toccare, a  capire, a  partecipare, ad ascoltare gli  altri e a fare tesoro di  ogni  esperienza e consiglio.
Grazie  a  lui  ho  imparato  ad  avere  un  rapporto  più vero  e  vitale con  l'architettura del  passato,  cori  gli stili e con tutte quelle forme che compongono la  plastica  di  un  edificio  che  a   scuola  avevo  imparato  a riconoscere ma  non a  conoscere.
Insieme  abbiamo  eseguito  decine  di   interventi  di restauro,  di   rifacimento  o  di   nuove  progettazioni; insieme abbiamo ripercorso la  metodologia pittorica di  molti  artisti  del  passato,  con  lui  ho  imparato  a guardare con  interesse tecnico  le  forme che  mi  circondano, le quadrature in rilievo che a  migliaia ornano  la  maggior  parte  dei  palazzi.  il   comportamento della  luce  nei  confronti  di  tutto ciò  che  incontra  e  i colori.
Parlare di questo personaggio complesso, dal carattere gioviale  e  spontaneo,  non  è  facile  e quindi  ho pensato di trascrivere parte di una nostra lunga conversazione attraverso la  quale credo si  possa  intravedere la  sua  curiosa,  ricca  personalità e,  ancora di più,  il carattere  di  quei  tempi trascorsi  tra  le  due guerre, durante i quali il  rapporto tra maestro e allievo era tanto, tanto diverso da  quello attuale.

Come è  cominciata la tua storia di decoratore?
Per caso!  Avevo dodici anni,  ero per strada, scalzo come si  usava tra i bambini a quei tempi, quando passa   un   amico  che   mi   dice  di   conoscere un'impresa di decorazione che cerca  un garzone. Lui  faceva il  garzone da un falegname, io non avevo  neppure  idea  di  che cosa  fosse  un'impresa  di decorazione,  ma  mi  sono presentato.
L'impresa si  chiamava “Bozzo e  Iliano" e  lavorava a  Pegli  nel  cosiddetto Palazzo della  Polenta in via Martiri  della  Libertà;  c'erano  dei   decoratori  di Genova.
Per prima  cosa  mi  hanno  fatto salire  sul  ponte e hanno  verificato  che  arrivassi,  per  via  della  mia statura  di  bambino,  ad  aiutarli  a  battere le  lenze  nei  soffitti: questa  è  stata  la  prova  d'arte!  Sono stato  assunto  grazie  alla  mia  altezza,  io  e  del resto  anche  te,  dobbiamo  tutto  al   mio  sviluppo fisico di  dodicenne.
In  quel cantiere erano tutti decoratori giovani, tra i diciotto e i   venticinque anni circa,  oltre a  un  pittore più anziano che si  chiamava Caffarena.
Finiti i lavori in quella casa il padrone voleva a tutti  i   costi che andassi a  Genova visto che mi  sbrigavo  bene ed ero sveglio.

Durante questo periodo ti avevano insegnato?
Si.  Prima  li  aiutavo a  battere le  lenze,  andavo a prendere  l'acqua,  lavavo
i pennelli e poi pian piano col  passar del tempo Caffarena mi  diceva: "Vieni  un  po'  qui,   metti  giù  questa  tinta",  mi faceva fare qualche fascetta e a  me sembrava di fare chissà che cosa!
Mi  aveva preso a  ben volere, diceva che capivo e andavo avanti. Avrà avuto   una   settantina  d'anni  e,   forse,   gli   facevo tenerezza.

Ma  tu,  prima  di  questa  esperienza,  eri  già interessato al disegno?
Sì, a scuola l'unica cosa che facevo bene era quella; come scuola non ho proprio concluso niente, ho
fatto la quinta elementare con due o tre spintoni.

Un asino!
Eh  sì,  però  quando  ho  cominciato  a   lavorare  mi sono   riscattato; il padrone  voleva   portarmi   a Genova.  ma  mia  madre non  ne  ha  voluto sapere.
All'epoca  per  lei   Genova  era   come  oggi   New York, aveva paura che i   miei colleghi più grandi mi traviassero che “mi  portassero sulle cattive strade" e quindi  niente Genova; con quel padrone ho chiuso.

Sentendoti  parlare  di  queste  tue  esperienze  e ripensando ai  risultati ottenuti dai corsi di decorazione  effettuati  alla  Scuola  Edile,  penso  che forse il  nostro allievo tipo è troppo anziano.
Si  e  vero,  un  giovane di  20-25  anni  è  elastico  a molti  insegnamenti  ma  non  riesce  più  ad  avere quegli atteggiamenti di  umiltà che sono  indispensabili per entrare anima e  corpo in  questa professione. Per fare un buon decoratore ci vuole un giovane  artisticamente  dotato,  molto interessato  e propenso a  vivere con  entusiasmo l'apprendistato.  Il  che vuol dire essere predisposti a  partecipare  senza tante pretese,  imparare a  guardare e  se è il  caso a  spiare, a  tenere ordine, a  non sprecare il    materiale,  a   tener  cura  dell'attrezzatura  e   a saper prendere con  umiltà  anche qualche ordine.
Tutte condizioni che i tuoi allievi hanno rifiutato.

Hai ragione, sarebbe interessante provare a  insegnare ai  ragazzi che escono dalla scuola dell'obbligo, forse sarebbero più disponibili.
Ai  miei tempi i decoratori bravi non solo non volevano  insegnare  ma   si   rifiutavano  di   fare  certe lavorazioni in presenza di altre persone che avrebbero potuto “spiarli". Per imparare era necessario rubare  il  mestiere,  farsi  ben  volere  e non creare problemi; i tuoi studenti hanno avuto a propria disposizione  gli  insegnanti, la scuola e attrezzature eppure  non   si   sono   mai  dimostrati  soddisfatti, sempre polemici e  bastian contrari.

Torniamo  al  tuo  apprendistato,  al  Palazzo  della Polenta...
Sl!  Nel Palazzo della Polenta avevo conosciuto un muratore che, concluso quel cantiere, si  è spostato  in  un  altro  sempre  in  via Martiri.  Li  c'era  un decoratore che tinteggiava gli stucchi.  Il  muratore gli  ha  parlato  di  me:  “C'e  un  ragazzetto  cosi  e cosi che ha buona volontà...".
Il  decoratore era di  Rossigiíone e  faceva  anche  il ritoccatore di  fotografie, si chiamava Versino.
Sono stato con lui per un  po' di  tempo. Ricordo che aveva   preso   un   lavoro   in   via   Caterina  Rossi   a Sestri, li  vicino a  dove noi due abbiamo fatto la facciata dei mascheroni; il  palazzo aveva, e ha ancora, due ali, una l'ha presa questo Versino, nell'altra c'era  un  decoratore di Voltri che aveva  un  garzonetto più o  meno della  mia età, un anno di  più.

Come si  chiamava quest'altro decoratore?
Era  Carlinocci di Voltri e  il  garzone era  Buscaglia; è morto l'anno scorso.
Li  a  Sestri  eravamo  uno  in  un'a!a  del  palazzo  e l'altro  nell'altra;  tra  bambini  andavamo  a   curiosare  un  po'  di  qua  un  po'  di  la  e  siamo diventati amici.
Ma  mi  sa che non  curiosavano solo i bambini perche  un  giorno  è  arrivato  il   Carlinocci  e   mi  dice: “Quanto ti da al giorno \\/ersíno?",  figurati che mi dava  cinque o  sei  lire al  giorno.  “Se vieni a  lavorare con me te ne do sette!"
Sono  andato a  Voltri, abbiamo fatto le  decorazioni   in  alcuni  palazzi,  tutto  nel  periodo  tra  i      dodici anni  e  mezzo e  i   quattordici e mezzo.
Dopo  qualche  tempo  Carlinocci  si  e  ammalato  e ha  chiamato in aiuto il  decoratore Biscaldi.
Biscaldi aveva una ditta già un  po' più grande, con quattro o cinque garzoni,  all'occorrenza  anche di più.  Era  di Alessandria ma viveva a  Pegli.
Quando   mi   ha   conosciuto,   mentre   lavorava  al posto  di  Carlinocci, mi ha detto:  "Come  mai  da Pegli vieni a  lavorare a Voltri?  Potresti stare con me  a  Pegli.  ti  darei  dieci lire ai giorno".  Poi,  col tempo, sono diventate dodici e via via crescevano.
Sono rimasto con Biscaldi fino all'età del militare; in verità  negli   ultimi  tempi  il    lavoro  di   decorazione scarseggiava:  non  era  più  di  moda,  si  costruivano palazzi moderni e la gente cominciava a non apprezzare più i    dipinti in casa. Facevamo i   coloritori.
In  effetti  la   mia  è  una  storia  che  fa  ridere;  io  il decoratore l'ho fatto per poco  tempo anche se  in quel breve periodo Biscaldi mi aveva preso in simpatia  e  avevo  imparato  tutto quello  che  potevo, magari di  nascosto.
Io gli  servivo e  lui  aveva  capito che ero veramente interessato.
Nonostante la  mia  giovane età Biscaldi mi  affidava  la  responsabilità di un  cantiere. So che sembra butto, ma  io all'epoca organizzavo il  lavoro a  tre o quattro uomini di cinquant'anni.
Pensa che Biscaldi aveva  un  figlio più o  meno della  mia  età,  due anni  più  di  me,  che andava  all'Accademia,  ma  a  dirigere ci  metteva me,  la  responsabilità era  mia.
Biscaldi a  quel tempo era venuto da  mia  madre a dirle che se lei acconsentiva mi  mandava all'Accademia a  sue spese.
Ma  lei,  timorosa,  non  ne  ha  voluto sapere e  così sono qua  come sono.

E  questo ragazzo ha  continuato a  fare il  decoratore?
Ha  continuato.  poi  è  tornato  ad  Alessandria,  è passato il  tempo, non ci siamo più visti. Io ho cambiato mestiere.

E  Buscaglia?  Io  l'ho conosciuto ti  ricordi? L'avevamo incontrato a  Voltri.
Buscaglia  ha   continuato,  modestamente,  senza ambizioni  particolari.  finché  c'è stata  richiesta  e quindi  lavoro;  doveva  essere  un  lavoro  adatto  a lui,  quadrature,  né  ornati  complessi,  né  figure  o trompe l'oeil.
Del  resto  non  e  che  all'epoca  fossero  tutti  dei grandi  artisti,  ce  n'erano  molti  che  se  gli  davi  il pennello  in   mano  non  erano  capaci  che  a  fare righe eppure portavano la  gassa al  collo e grande che  non finiva più...  si sentivano artisti!

E' la  malattia del secolo.
Ma quando si trattava di prendere i    pennelli in mano e  di  lavorare bene e svelto era  una tragedia.  Per di più  all'epoca  si  lavorava  a   fresco  e  con l'affresco non si  può mica dormire come si fa oggi! Bisognava essere svelti nel  preparare e nel dipingere.

Ma ai tuoi tempi la ditta che faceva la decorazione faceva anche l'arenino?
No!  L'arenino lo  facevano i quadratori. Allora c'erano i muratori  che facevano  la  costruzione e  i quadratori che facevano l'arenino e gli stucchi in  rilievo.

Non era un'unica ditta?
C'era un  impresario che chiamava, a  seconda del lavoro da eseguire, altre ditte.

Un subappalto?
Sì,  brava. A noi, coloritori e decoratori, i quadratori ci preparavano l'arenino. Ci mettevamo d’accordo  che  alla  mattina, per le otto e mezzo o le nove, a seconda delle stagioni, fosse pronta una certa  parte, così che appena arrivati in cantiere potevamo subito lavorare. Entro la giornata doveva essere tutto finito, anzi  più  presto  possibile affinché l'affresco non bruciasse. Se proprio si capiva che non si riusciva a finire si lasciavano indietro i lumi perché essendo tinte cariche di calce facevano presa anche se si dipingevano il giorno dopo. Capitavano quelle giornate che asciugava forte e quelle di tempo umido che costringevano a lavorar male perché il colore si impastava con l`arenino e non si riusciva a procedere.
Con la mentalità e i ritmi che ha oggi la gente, capisco che questo mestiere, esercitato all`antica, non  potrebbe più esistere.
Bisognerebbe cambiare completamente mentalità, prendere il lavoro sotto un altro punto di vista.
Oggi perdiamo più tempo a parlare del “fare” che a fare veramente; per eseguire l'affresco ci vuole capacità, maestria, improvvisazione e sveltezza.

In sintesi, sicurezza. Quando c'e la sicurezza vera quella determinata dall'esperienza e dalla capacità, tutto si affronta nella dimensione giusta.
Adesso però vorrei tornare alle tue esperienze, alle persone del mestiere che hai incontrato durante quel periodo.

Durante quel breve periodo io ho  incontrato alcuni “vecchi” decoratori e alcuni giovani garzoni come me che poi sono andati più o meno avanti in base alle capacità personali e al volere della sorte. Noi giovani venivamo tutti dalla gavetta, nel nostro circondario erano pochi quelli che avevano degli studi specifici. È ovvio che con il passar del tempo c'era chi imparava e arrivava a un  prirno livello, chi arrivava al secondo e chi al terzo.
Non è che tutti diventassimo veri decoratori, i più restavano bravi coloritori che se la cavavano con gli stucchi e che sapevano fare anche qualche riga. Molti non hanno neppure avuto il ternpo o l'occasione perché il lavoro in quel periodo cominciava a mancare e dopo la guerra ci si è adattati a fare i mestieri più disparati pur di sopravvivera; io sono uno di quelli.

Ma tra i “vecchi” a cui accennavi ne hai incontrati di molto bravi?
Certo! Almeno, a me sembravano bravi. Sono molto dispiaciuto del fatto che a causa della mia mancanza di memoria non riesco a ricordarmi i posti dove abbiamo lavorato, perché vorrei tanto tornarci per vedere se mi sembravano bravi perché io ero un bambino o se lo erano davvero.
Durante l'inverno, all'epoca usava che i decoratori del basso Piemonte, che non potevano lavorare da loro per via del freddo intenso, venissero a lavorare saltuariamente per le ditte liguri. Ricordo che con il mio principale venivano chi a fare una settimana chi anche un  mese, a seconda della richiesta delle varie specializzazioni.
Comunque una ditta come quella di Biscaldi chiamava continuamente pittori specializzati.
Mazzucco era di Voltri, aveva un fisico [...], delle dita che sembravano salami, bravissimo per il chiaroscuro per creare effetti [...] Aveva un testone grosso e si ostinava a portare un cappellino piccolo tanto che sembrava una caricatura.
Capisco che non è pertinente alla nostra chiacchierata, ma lui ce l'aveva con i parrucchieri.
Ogni volta che si passava di fronte a un negozio di barbiere faceva una predica perché gli sembrava ingiusto che un uomo facesse un  lavoro di così poca fatica e adoperando utensili minimi.
E lui, che era il doppio di un uomo normale, faceva il pittore!

Ma lo faceva bene!
Certo, ricordo che era bravissimo anche nel dipingere fiori, mazzi, ghirlande; si disegnava due segnetti sul soffitto e poi...

Ma  lavorava senza spolvero?
Si,  si! lmpostava la quadratura e gli ornati nel modo canonico ma le decorazioni floreali le metteva giù di getto, con quei bei fondi in mezza tinta e la nebbiolina fatta con lo spruzzatore a bocca; era imbattibile anche se odiava i parrucchieri.
Anche Biscaldi era molto bravo, per quanto io lo ricordi più come imprenditore. Sapeva il fatto suo anche quando si trattava di figure.

Biscaldi faceva anche figure?
Ti dovresti ricordare che nella chiesa di San Giovanni Battista a Sestri lui ha dipinto l`ultima cappella della navata di sinistra con tanto di trompe l'oeil di interno e figure di santi. Io lì ho aiutato il doratore Toselli per le dorature.

Si, adesso che lo dici mi ricordo, anche se si tratta di una pittura un po' rigida e compassata forse non  la  sentiva a  fondo!
Può essere, infatti le figure che aveva fatto a Pegli nel palazzo alle spalle del monumento a Garibaldi erano proprio belle!

Sì  quelle me le ricordo, erano proprio belle, dimostravano grande capacità e sicurezza, erano plastiche, avevano un che di liberty, peccato che stanno scomparendo del tutto. Tu c'eri quando le ha fatte?
No! Quelle figure risalgono a qualche anno prima che l'incontrassi, all'incirca alla metà degli anni Venti.
A Pegli nel palazzo della Cooperativa Agricola, in via Opisso, aveva fatto in facciata un quadro raffigurante Sant'lsidoro, il protettore dei contadini, che oggi è ancora leggibile.
Del resto Biscaldi veniva da Alessandria dove o era andato a scuola o aveva avuto un maestro nel vero senso della parola; a sforzarmi la memoria direi che parlava di un certo Gambino, ma non sono sicuro.
Comunque lui era pittore e decoratore.

Non ti ricordi di nessun lavoro fatto con lui?
Mi ricordo alcuni dei lavori fatti a Pegli; sono facciate che ti ho portato ripetutamente a vedere visto  che possono ancora insegnare qualcosa.
Una è quella villetta in via Vianson con le pannellature rosse e quei begli ornati barocchetti; una è la facciata di un palazzo poco più avanti che ha un bel fregio sottogronda; altre sono a Multedo.
Tu non te lo ricordi ma una tra le più belle l'abbiamo rifatta proprio io e te un paio d'anni fa, la  facciata dei Ghigliotti in via Lungomare a Pegli.
Quella l`aveva fatta Biscaldi all`incirca all'inizio degli anni Trenta, io avevo partecipato attivamente perché a quel tempo ero già un decoratore discreto.
Parlando di quel lavoro mi viene in mente anche un certo "Grigio" di Voltri...

Si chiamava Grigio di nome o di cognome?
Non lo so! Noi lo chiamavamo "u Grixiu".
ln fatto di cornici era imbattibile; io facevo il possibile per spiarlo, per capire da quali movimenti uscivano quelle sue belle sagome!
All'epoca più erano bravi e più non volevano lavorare in pubblico, facevano tutto di nascosto ci consideravano dei potenziali concorrenti e quindi ci escludevano dal loro lavoro. Altro che insegnare!
Adesso quando ti vedo a scuola a ripetere centinaia di volte le stesse cose e vedo gli allievi con quell’atteggiamento di sopportazione come se ti facessero ancora un piacere, ho la sensazione che il mondo si sia rovesciato. E a dir la verità mi piaceva più prima.

E il Carlinocci?
Carlinocci era un tipo prestante, elegante e fiero di se stesso. Aveva  delle  mani  da  scaricatore di
porto eppure con quei pennellini, che sembravano sbriciolarglisi  tra  le  dita,  faceva  delle cose  belle.
Rimpiango di  non  ricordare dove ha  lavorato perché vorrei tanto poter rivedere i suoi  lavori.
Era  uno  dei  tanti  che  lavoravano  in  disparte;  lo vedevi che trafficava tra  i  barattoli, si  preparava i colori  e  poi lavorava voltando le spalle al  mondo e tutto quello che  mi  restava  da  fare era  allungare l`occhio per sbirciare e cercare di  capire.

Era bravo anche con le figure?
Credo di  no,  perché non gliele vedevo mai fare; in realtà non posso dire.
Avevo quattordici anni  quando si  è  ammalto e  ha cercato aiuto da  Biscaldi.  Ricordo che sono andato un  paio di volte a  casa a  trovarlo.
Abitava a Voltri "ai Camilli", sulla strada per il Turchino, e al piano di sotto ci  abitava  Buscaglia,  il
suo garzone.
Mi  sembra  ancora di  vederlo,  con  lo  scialle  sulle spalle, seduto di  fronte al  braciere pieno di carbone  ardente;  mi  aveva  fatto  un  discorso  del  tipo "Eh caro ragazzo mi sa che ormai io sui ponti non ci torno!"

Dei  Noli che cosa ne sai?
Niente,  o  perlomeno quello che conosco è  quello che risale a  oggi. So che tra Pontedecimo e Campomorone ci sono molte case dipinte dal vecchio, padre o nonno, e alcune dipinte dal  mio coetaneo.
Pensa  che  sono  venuto  a  conoscenza  della  sua esistenza quando ero già  in  pensione.  Una ventina  d'anni  fa  ho  saputo che faceva  una  facciata  a Pontedecimo; io all'epoca non avevo ancora ripreso  a  dilettarmi  di  decorazione,  ma  nel  cuore  ne avevo  una  gran  voglia [...]
Certo i Noli  hanno  avuto l’occasiore di poter lavorare in  una  zona  in  cui  anche in tempi recenti c'è stata richiesta; quando io e Giovanni  Noli eravamo ragazzetti, in quelle zone si costruivano ancora molte case e villette per la villeggiatura. Un po' come al Sassello, sui Giovi e in tutte quelle zone   dell'entroterra   dove   i genovesi di allora andavano in vacanza.
Nello stesso periodo i Sieti  lavoravano a  Nervi e in  zone della  nostra riviera di  levante.
ln quelle zone ci sono anche delle facciate firmate da un certo Semino; potrebbe essere uno dei garzoni che lavoravano con me a Pegli nel Palazzo della  Polenta. Si chiamava Semino, era  un  ragazzo sui diciotto, diciannove anni che veniva da Nervi  o  giù di  lì  con  la  bicicletta.

Non ne ricordi altri?
Si,  Pasquini, Terenzio...
Terenzio era di  Isola  del  Cantone,  un  uomo  terribilmente simpatico sempre con la barzelletta pronta per ogni situazione.
Pasquini veniva da Ovada, veniva d'inverno quando  in  Piemonte era  impossibile  lavorare specie a fresco. Era un uomo sulla cinquantina e a  me sembrava  un  vecchio  e  mi  faceva morire dal  ridere  il fatto che era  eternamente  innamorato;  non voleva essere spiato mentre lavorava,  ma i suoi amori  li  raccontava a  tutti! Suo  padre era  gia decoratore, aveva lavorato all'ultimo rifacimento del San Giorgio.
Chi  si  difendeva  bene  era  un  toscano,  un  certo Tognetti, che era  bravo anche  negli ornati e  nelle figure.
Ricordati  comunque, che queste valutazioni sono quelle di un giovanissimo apprendista; aìl'epoca io ero sottozero e loro che sapevano lavorare sul serio mi  sembravano dei  padreterni.
All’epoca non giudicavo, guardavo tutto come una spugna e adesso ricordo dopo più di sessant'anni.

Secondo te, questi personaggi di cui parli avevano avuto delle preparazioni scolastiche o delle formazioni particolari?
Questo non te lo so dire; loro erano già adulti, non potevo sapere, l'unico di cui so che era andato all'Accademia era il  figlio di  Biscaldi che,  a  dire di suo padre,  mi  rubava il  posto.
L’unico altro personaggio per il quale ho sentito parlare di Accademia  è stato il pittore Antonio Quinzio.
Quinzio abitava  nel  Konac dei  Lomellini  in  Varenna, di fronte a casa mia, era  uno  dei  tre  figli  di Quinzio Giovanni,  una  famiglia di  pittori; avevano lavorato anche a Villa Pallavicini e nella  Chiesa di San  l\\/lartino.
Ricordo  che  lo  incontravo  per la  strada  con  cappello largo e il fiocco nero al collo, era quello che si puo dire una persona distinta; ogni sera da Pegli veniva in Varenna a piedi, nel rione lo stimavano e dicevano  che  era  professore  all'Accademia.  lo  a quel tempo ero  un  bambino e  non capivo neppure cosa volesse dire.

E  pensare che hai vissuto vicino a  tanto pittore e non ne hai  potuto trarre alcun insegnamento!
Figurati  che  uno  dei  quadri  che  ha  fatto  proprio nel  suo studio di Varenna oggi è  al  Prado.
Dopo la  sua  morte.  nel  1928,  quando hanno fatto pulizia  nello studio, hanno fatto un  mucchio di tutte  le scartoffie e lo  hanno buttato nel  torrente.
A quei tempi, io ero un  ragazzetto, non esisteva in quei rioni lo spazzino, i rifiuti venivano quasi  interamente  riciclati  e  gli  scarti  che  non  servivano verivano affidati al torrente.
Richiamato da  quella carta sono andato a  rovistare  nel mucchio e ho trovato, tra gli altri schizzi e disegni vari, un  piccolo plico di ritratti di persone sedute, schizzati a penna velocemente.
Credo che fossero  passeggeri  che Quinzio incontrava sul tram che  lo accompagnava tra Pegli e Genova.
Tra  i tanti disegni di figure, scorci di paesaggi, studi  di particolari anatomici, quei ritratti mi  davano un`ernozione particolare.

Ce li hai ancora? Come mai non  li  ho  mai visti?
No!  lo li  ho  presi e  li  ho  ricoverati in  un  magazzino che avevo su a Ca di Fiossi. ln quel fondo ci tenevo le mie cose di giovane  decoratore,  stampi, qualche spolvero copiato di  nascosto  in  cantiere, un  po'  di colori,  la  cera per fare la  carta oleata da stampo...
Poi  sono stato richiamato a  militare per la  seconda volta e quando sono tornato il  magazzino  lo
avevano requisito per motivi militari  e avevano buttato via tutto.

È mostruoso, ma a  quanto pare il destino di quei disegni era proprio segnato!
È  stato un dispiacere perché per me rappresentavano l’appartenenza a un mondo che sentivo  mio ma dal quale risultavo sempre fatalmente estromesso.

Torniamo alla tua storia personale, fino a che età hai fatto il decoratore?
A  vent'anni,  dopo  tre  anni  di   premilitare,  sono andato a  militare e quando sono  tornato ho ripreso  con  Biscaldi,  ma  il   lavoro  da  decoratore,  qui nelle  nostre zone scarseggiava.
Da li in poi ho cambiato mestiere, ho fatto il mugnaio  nel  mulino  Repetto in Varenna, ho fatto l`autista di auto e di camion.
Durante i sei-sette anni della guerra ho perso tutto quello che avevo e quando sono tornato a  casa ho  impiantato l'officina la quale mi ha dato anche tante soddisfazioni.
lnventavo e costruivo macchinari per l'industria.

Nel frattempo i   pennelli che fine hanno fatto?
Come  decorazione  era   tutto  morto.  A  militare avevo  ripreso  a   disegnare,  era  l`occupazione  del mio tempo libero,  il  modo di  far volare la fantasia oltre il  campo.
Considera che ho fatto quasi sette anni e con una certa  fatica perché ero un  antimilitarista  nato.
Finché  mi  hanno  addestrato  andava  tutto  bene, ma quando hanno tentato di  farmi andare a  uccidere  la   gente  sono  arrivato  al   punto  di   farmi degradare e  per ben due volte.
Poi  la  guerra è  finita  e  siamo  scappati...  Se  non finiva  lei  sarei  finito io a  Gaeta a  vedere il  sole a quadretti,  non  ero proprio  l'uomo adatto per fare il soldato; non ho mai permesso  neppure  al  mio bambino di  giocare con le armi giocattolo.

Quindi  avevi  completamente  scordato  d'essere un  decoratore?
Sì,  facevo altre cose.  sempre creative ma  di  tutt'altro genere.
ll  mio  rapporto con  i   pennelli si  era  dimensionato a  quello del pittore da cavalletto, amavo dipingere dal vero.
Ricordo  che  più  o  meno  negli  anni  Sessanta  ho visto  rifare  la  decorazione  del  Palazzo  Fieschi  a Sestri.  Passavo  nell'allora via Garibaldi e vedevo un  uomo che decorava la facciata; mi  ci  andava  il cuore dietro e  mi  fermavo un  po' a  curiosare.  È  lì che   mi   sono   accorto che,   pur   lavorando   a fresco, tornava sulle stesse parti di  intonaco anche dopo giorni.
lo  ero  rimasto  al   concetto  che  se  un  affresco  non  si  poteva finire in giornata doveva essere   rimosso, lui invece il  giorno dopo ci lavorava ancora.
Mi  avevano detto che il decoratore  era  un  professore  di  disegno,  ma io ero convinto che quei lavoro non avrebbe potuto durare; infatti così è stato.
Dopo molti anni ho visto rifare la facciata che è a Voltri, all`ingresso dell'autostrada. L’ha  fatta  un  pittore toscano.
Ricordo  che  in  quel  periodo  incontravo  spesso Buscaglia  e  che siamo andati più di una volta a guardare insieme questa nuova facciata commentando e ragionando su quelli che noi  ritenevamo errori.
ln cuor mio pensavo che avrei potuto far di meglio...

Ti ritornava la voglia?
Si, tanta. Specie perché dalla qualità dei lavori che vedevo  eseguire  in quel  periodo, ti  parlo  di  una ventina d'anni fa,  si capiva che l'arte della decorazione, quella vera,  che ha un metodo ben  preciso, delle regole e dei  risultati, era scomparsa.
Ero  in  pensione  da  poco  quando  un  mio  cugino, che ha  una casa nel savonese, doveva ritinteggiare la  facciata.  È  venuto a  chiedermi consigli tecnici  e  ricordo che gli  ho  detto:  “Informati un po' in Comune se è possibile fare una facciata con delle quadratura dipinte.  Se te la lasciano fare vengo giù io!". L’ho fatta ed è  stato come sgranchirmi le ossa dopo un lungo letargo.
Dopo  un  po'  di  tempo  ho fatto una  facciata a  Portigliolo  a   Pegli,  sempre  per gioco  visto che  ormai  ero in  pensione.
Poi ho fatto quella per i miei figli  con  i quadri  finti  nel vicolo;  è a  quel  tempo che mi ha cercato Bottino  per fare la facciata in via Sestri.
Poi ho fatto quella di Molassana, ma sempre per  hobby, per  amicizia; invece  di  dipingere sulla tela, come avevo fatto per tanti   anni, ora potevo ritornare a dipingere sui muri!
La   facciata   dei   Bottino l`ho fatta d`estate...

Ma era già  stata  decorata  prima  del  tuo  intervento?
No,  mai.  lo  poi  l'ho trovata con  l`arenino  rifatto.
I signori Bottino mi avevano contattato per fare la facciata  e considerando che in via Sestri in quel periodo facciate dipinte non ce  n`erano ho  proposto una quadratura semplice e poco vistosa.
Lui, da  buon  amante del barocco, mi ha chiesto una  facciata  più  vistosa  e  così  sono  nate  le  due facciatine  che   ben   conosci.   È    stata  una   bella esperienza  perché  avevo  carta  bianca  dal  punto di vista artistico sia da  parte dei committenti che da parte dell'Estetica Cittadina, allora rappresentata dal  geometra  Bruzzone, e  perché lavoravo per pura passione senza l'assillo dell`interesse economico.
Poi  la signora mi ha tatto richiesta di  un San Giorgio. Ti  confesso  che  mi  ha  messo  un  po'  in  crisi perche, benchè  mi  sia  sempre dilettato di  pittura, l’idea  di fare un quadro del genere in  facciata  mi preoccupava.
Tu mi conosci, le sfide mi piacciono e l'idea di mettermi a fare il decoratore vero dopo tanti decenni
di assenza mi attirava. In quel momento ero un decoratore  in erba con più di settant'anni sulle spalle.
La facciata l'ho fatta in estate; ricordo che il  giorno di Ferragosto sono venuto a Sestri in bicicletta, come sempre, e ho lavorato tutto il  giorno più contento e  soddisfatto di qualsiasi  villeggiante  alla
Spiaggia.

Ma i signori  Bottino come hanno  fatto  a   sapere  che esistevi?
Di preciso non lo so. Però io avevo avuto dei rapporti con il padre di lui che faceva il pasticciere,  il  panettiere  e  poi anche il pastaio. Lo avevo conosciuto perché, quando avevo l’officina,  mi aveva commissionato un  impianto per fare la  pasta.  Come è strana la  vita! Al padre gli ho fatto un  macchinario e al figlio una  facciata dipinta!

Il San Giorgio scolpito nelI'ovale di ardesia ha rappresentato il tuo debutto?
Sì,  mi  ha  soddisfatto e ha soddisfatto. Mi ha fatto nascere dentro l’orgoglio e la volontà di poter dire tramite i pennelli tutto quello che non avevo potuto dire prima.
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È stata la prima facciata dipinta  eseguita a Sestri in  epoca recente!
Credo di sì. Aveva fatto notizia.
Poi  sei arrivata tu.

Che cosa ci vuole per fare un  bravo decoratore?
La  predisposizione naturale e la capacita di guardare; un decoratore non crea niente, rappresenta
un'interpretazione della  realtà.
Tutto  ciò  che  viene  dipinto da un decoratore è già stato progettato, disegnato e collaudato   nei    secoli,   sono sempre  le  stesse  lettere  di un vastissimo alfabeto, foglie d`acanto, cornici, volute,    dentelli, timpani, paraste, lesene,  capitelli...
Bisogna prima di tutto conoscere  e  per  conoscere  uno dei  metodi  migliori  è  guardare tutto ciò che è  già stato fatto.
Inoltre  bisogna  approfondire il concetto di “luce”, assimilare il fatto che tutto ciò che  si  vede  è   un   prodotto della luce e che, di conseguenza, lo è tutto ciò che si dipinge.

GIN PARODI